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Unità Mobile: presidiamo i retroterra angusti

Ho cominciato a lavorare su strada prima della pandemia, ho continuato a farlo durante il lockdown, ho ricominciato a farlo da poco con Sanità di Frontiera.

Un anno fa, le strade erano deserte, non c’era traffico, non c’era nessuno in giro: solo chi per strada ci vive e non ha nessun altro posto dove andare.

Adesso le strade son di nuovo piene, i locali tornano a riempirsi, e le persone che non hanno mai abbandonato la strada rimangono lì, son sempre state lì, esistenze sospese e dimenticate, a presidiare gli angoli e i retroterra angusti di stazioni, edifici abbandonati, parchi e piazze.

Sono un medico e cerco di farlo su strada, con i pochi mezzi e le poche possibilità a disposizione, per portare la medicina e la cura verso le persone alle quali il diritto alla salute resta di fatto negato.

Cosa facciamo? Cerchiamo di prenotare una visita specialistica per S, che è giovane e forte ma non riesce più a camminare per il dolore che prova alle gambe, un dolore che non passa neanche con gli antidolorifici che proviamo a fornirgli. Da dove viene questo dolore? Riusciamo a trovare un ortopedico che lo visiti, nonostante non abbia la tessera sanitaria e in questo momento non possa farla. Basterà una visita ortopedica a risolvere il suo problema di salute? Continuerà a dormire per strada, faticherà a trovare lavoro e dovrà  lottare ogni giorno per integrarsi in un paese che non vede l’ora di ricominciare a vivere, ma che continua a scordarsi delle vite delle persone che non hanno il diritto alla vita. Quante compresse di Oki o Brufen o Voltaren servono per arginare questo dolore?

Cosa facciamo? Con l’ago di una siringa buchiamo una enorme vescica cresciuta sul piede di K, che si è formata a forza di camminare e lavorare e lavorare e camminare con dei sandali sfondati e polverosi. Il liquido trasparente esce e il piede ritorna a una forma normale, lui mi guarda e sorride contento quando finisco di mettergli un cerotto e può finalmente infilarsi la scarpa senza dolore.

Cosa significa il tuo nome, gli chiedo. Mi dice che significa bello. Ti chiami bello, gli chiedo sorridendo da dietro la mascherina. Mi risponde di si, anche se non sono bello mi chiamo bello. La bellezza ha tante forme, può essere fuori o dentro di noi, gli dico. Mi risponde che la vera bellezza è in queste parole che ci stiamo scambiando: questo è bello, mi dice indicando intorno a sé e guardandoci con gratitudine.

A volte si torna a casa convinti di aver fatto qualcosa di utile, ma queste volte sono rare. Molto più  spesso ci si scontra con le eterne difficoltà di uno stato e di un sistema sanitario che respinge ai margini la miseria e nega ai poveri e alle persone sprovviste di documenti ogni tipo di assistenza.

Cosa facciamo? Spieghiamo a M l’importanza di prendere tutti i giorni le medicine per la pressione. Sorride e dice che ci proverà. Gli chiedo come va il lavoro, e mi dice che lavora 12 ore al giorno per uno stipendio da fame, che prende la metà del suo collega solo perché  straniero, che non ce la fa più e vuole tornare al suo paese. Non so cosa fare, se non toccargli una spalla e dirgli che ne sono desolato. Se dovesse servirgli un avvocato o un aiuto per far valere i suoi diritti, può rivolgersi a noi, proveremo a metterla in contatto con qualcuno. Mi risponde che per il momento è meglio di no.

Cosa facciamo? Prescriviamo e forniamo terapia a chi è sfornito di medico di base, a chi ha bisogno di medicine e non può permettersele. Come F, epilettico, che arriva urlando che ha bisogno delle sue medicine perché è terrorizzato all’idea di poter avere un altro attacco, ma non ha il medico di base; come B, diabetico, che da mesi non prende l’insulina perché irregolare e nessuno gliela prescrive; come E, iperteso, che ha la pressione alta che non accenna a diminuire. Prescriviamo farmaci facilmente reperibili sperando che questo basti, quando invece servirebbero analisi e visite e una presa in carico diversa.

La pressione che si esercita su queste persone è troppa, non bastano le medicine. Da quando il Covid ha invaso i nostri ospedali, le precarie forme di assistenza sanitaria rivolte a chi è ai margini si sono ridotte ulteriormente.

Cosa facciamo? Cerchiamo di trovare un modo per iscrivere le persone al Sistema Sanitario Nazionale, ma è sempre più difficile. Servono documenti, residenze, la pazienza e la caparbietà per districarsi tra la burocrazia e la confusione di ASL, Agenzia delle Entrate, Ministeri e Prefetture.

Cosa facciamo? Ascoltiamo e ascoltiamo, cerchiamo di comprendere lingue diverse, modi diversi di raccontare il dolore, i problemi, la malattia e la disperazione.

Tutto ciò che ascolto cerco di tenerlo in un angolo di me, separato e protetto. Ma spesso non è facile trovarsi ad ascoltare e a non poter fare molto, e tutta questa sofferenza mi galleggia tra lo stomaco e la gola, o mi si piazza in un punto imprecisato dietro la nuca.

Quello che faccio per fortuna non lo faccio da solo: lavoriamo in equipe, ci coordiniamo tra associazioni e cerchiamo di garantire la nostra presenza dove la nostra presenza spesso è l’unica cosa che c’è, e forse l’unica cosa che abbiamo da offrire.

Dott. Andrea Brugnami

Sanità di Frontiera

Piazza Farnese, 44
00186 - Roma
C.F. 97871340580

Contatti

(+39) 06 45508615
info@sanitadifrontiera.org

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