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Stop ai respingimenti. Lo dice il tribunale di Roma

È puntuale e aderente al senso di giustizia sociale a cui dovrebbe tendere qualsiasi sistema giudiziario la sentenza del tribunale di Roma che ha accolto il ricorso di un cittadino pachistano di 27 anni, fermato a luglio 2020 dalla polizia italiana e rispedito in Slovenia, secondo l’accordo bilaterale del 1996 che prevede i cosiddetti “rimpatri informali” dall’Italia alla Slovenia, appunto.

Nella sentenza, firmata dalla giudice Silvia Albano, si legge dello scioccante respingimento di M. Z. (il pachistano) e di altri migranti che, come lui, avevano varcato il confine italiano passando per il Friuli. “Erano stati portati in una stazione di polizia dove gli erano stati fatti firmare alcuni documenti in italiano, gli erano stati sequestrati i telefoni ed erano stati ammanettati, poi caricati su un furgone e portati in una zona collinare (evidentemente sul confine sloveno) e intimati, sotto la minaccia di bastoni, di correre dritti davanti a loro, dando il tempo della conta fino a 5. Dopo circa un chilometro erano stati fermati dagli spari della polizia slovena”.

Sono quelle che la legge chiama “riammissioni”, ma si tratta di veri e propri respingimenti che, secondo la giudice Albano violano la Costituzione, le normative europee e gli accordi internazionali. È evidente, infatti, che con questi rimpatri si espongono le persone migranti al rischio di trattamenti inumani, come accade da qualche mese alla frontiera croata: calci pugni e bastonate fino alla Bosnia, nel terribile campo di Lipa o nelle fabbriche abbandonate di Sarajevo.

Il Viminale contesta fortemente la ricostruzione del tribunale di Roma:Non è verosimile il racconto del ricorrente. Noi accettiamo le riammissioni da Francia e Austria; non si capisce perché non si possano fare verso la Slovenia che è un paese dell’Unione europea e aderente a Schengen”.

È difficile non credere ai segni sui corpi di queste persone, segni di percosse, di violenza e di torture; è difficile non provare sdegno per quella donna costretta a partorire tra la neve di Acquaviva di Vena, o per la morte di bambini che giungono eroicamente sul Carso dopo mesi di viaggio infernale.

Tuttavia nel 2020 sono state circa 1250 le persone che l’Italia ha “riammesso” in Slovenia, a loro volta respinte a catena fino in Bosnia.

Ma da oggi, come impone la sentenza di Silvia Albano, “La riammissione informale non può mai essere applicata nei confronti di un RICHIEDENTE ASILO senza provvedere a raccogliere la domanda, con una prassi che viola la normativa interna e sovranazionale”.

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