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Mamme In-forma. Il nostro laboratorio sulla salute delle donne

A Casa di Giorgia, una casa famiglia del circuito di seconda accoglienza per donne Rifugiate e Richiedenti Asilo, gestito dal Centro Astalli, vivono oggi 25 ospiti provenienti da varie parti dell’Africa, e del Sud America (Congo, Eritrea, Nigeria, Marocco, Angola, Tunisia, Gambia, Somalia, Benin, Costa d’Avorio, El Salvador).

Un mosaico di lingue e dialetti, di costumi e abitudini, con un unico sogno in comune: l’autonomia.

Tra loro ci sono Joy, Bless e Charity, ragazze nigeriane giovanissime dai capelli intrecciati e sorrisi lucenti. I loro nomi richiamano la grazia e il riscatto per una vita migliore. Fuggono da un passato difficile, molte di loro sono vittime di violenza e tratta; ma hanno tutte una gran voglia di ricominciare la loro vita, di reinventarsi e ricominciare  a sognare. 

La maggior parte delle ragazze ha già vissuto in altri centri di prima accoglienza come i “CAS” prima di essere inserite nel circuito SAI, per trascorrere poi un periodo di accoglienza proprio qui, a Casa di Giorgia, uno spazio utile a costruire e progettare un futuro in autonomia, facendosi strada nel difficile percorso verso l’integrazione.

In questo contesto, Sanità di Frontiera sta offrendo un piccolo aiuto a queste donne, spesso mamme sole, realizzando il laboratorio formativo “Mamme In-forma: percorsi di consapevolezza  e salute per donne migranti” con l’obiettivo di renderle maggiormente consapevoli sui  possibili fattori di rischio legati alla salute della donna, alla gravidanza e alla maternità; informandole al contempo sui percorsi di screening e promozione della salute e del benessere psico-fisico disponibili sul territorio.

Il laboratorio formativo, realizzato nell’ambito del Progetto I.C.A.R.E.,INTEGRATION AND COMMUNITY CARE FOR ASYLUM AND REFUGEES IN EMERGENCY – in collaborazione col SAMIFO, Centro Salute Migranti Forzati, sta avendo un impatto molto positivo sulle donne che lo frequentano. Perché ciò che per noi è spesso scontato, per chi proviene da condizioni economicamente e culturalmente disagiate può essere una novità di grande aiuto.

Le diverse professioniste coinvolte (un’assistente sociale, una psicologa, un’infermiera, una ginecologa e un’ostetrica) hanno saputo esprimere con parole semplici e dirette concetti interessanti e spesso ignoti alle partecipanti. Con competenza hanno spiegato alle donne ospiti della casa famiglia come funziona l’assistenza sanitaria per stranieri, rifugiati e richiedenti asilo in Italia; hanno parlato di tutela della salute mentale delle persone vulnerabili e di screening di prevenzione dei tumori; e ancora, con tatto e delicatezza hanno toccato l’argomento dell’igiene intima, della contraccezione, dell’interruzione volontaria di gravidanza e delle diverse opportunità dei servizi sanitari per la gravidanza e il parto (consultori, ambulatori per stranieri, ASL, ecc.). Una parte del laboratorio verrà, inoltre, dedicata all’educazione sessuale e sanitaria: l’apparato riproduttivo e la gravidanza. Le professioniste coinvolte hanno fornito alle donne diverse indicazioni sul benessere riproduttivo e sessuale; sulla gestione della gravidanza in Italia; sulla salute materno-fetale e sulle principali patologie fetali connesse a scarsi controlli durante la gravidanza: malnutrizione materna, abuso di alcool e sostanze e mutilazioni genitali femminili.

Il contesto gioviale, familiare e protetto in cui vivono queste donne con percorsi di vita non semplici, permette loro di sentirsi a proprio agio nell’affrontare dei temi che, oltre a non conoscere, spesso per la loro provenienza culturale, sono ritenuti dei tabù.

Con il sorriso e la curiosità di chi ha voglia di conoscere ed imparare, le donne africane e sudamericane stanno partecipando attivamente al laboratorio dando voce alle proprie curiosità, ai propri dubbi e alle proprie paure attraverso un coinvolgimento crescente che rappresenta un piccolo ma importante passo verso l’integrazione.

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Mamme In-forma. Il nostro laboratorio sulla salute delle donne

Lo sgombero del presidio umanitario di Piazzale Spadolini, promosso il 14 luglio dalla delegata alle periferie del Comune di Roma Federica Angeli e messo in atto da Comune, Questura, Prefettura, Municipio, Grandi Stazioni, Rete Ferroviaria italiana e BNL, è stato, in continuità con gli innumerevoli sgomberi degli ultimi anni, un’ennesima operazione priva di efficacia e incapace di affrontare un fenomeno sociale complesso.

Nessuna soluzione alternativa è stata infatti immaginata per le persone che trovavano riparo in quel luogo, in molti casi soggetti estremamente vulnerabili.

La stretta collaborazione tra le diverse associazioni che da diversi anni operano presso il presidio, ha consentito di intercettare molte persone fragili (minori non accompagnati, donne sole, persone con problemi di salute), migranti recentemente sbarcati sulle nostre coste e in transito verso altri paesi europei, migranti stabilmente presenti in Italia ma esclusi dal circuito dell'accoglienza cittadina del Comune di Roma, richiedenti asilo e rifugiati che non hanno una dimora.

A Piazzale Spadolini queste persone hanno trovato cibo, acqua e vestiario, un primo approdo di accoglienza, assistenza, legale e
sanitaria, supporto psicologico. Ogni giorno arrivano a Piazzale Spadolini in media 20 persone e la media di presenze giornaliere è di circa 100 -120 persone.

Le continue segnalazioni alla Sala Operativa Sociale e all'Ufficio Immigrazione del Comune di Roma da parte della rete associativa, per chiedere che vengano accolte le persone vulnerabili, hanno trovato difficilmente risposta e non poteva essere
altrimenti visto il continuo e progressivo depotenziamento del circuito cittadino dell’accoglienza.

Anche in questa occasione la situazione non è stata diversa: le persone allontanate da Piazzale Spadolini sono state letteralmente sostituite da fioriere, in un ipocrita intervento di riqualificazione urbana che lascia senza alternative dignitose degli esseri umani.

Questa ennesima operazione conferma la mancanza di una visione lucida e lungimirante del grave fenomeno dell'esclusione sociale a Roma, della capacità di pianificazione di interventi sociali graduali ma incisivi e della volontà politica di fornire delle risposte. In varie occasioni le associazioni scriventi hanno affermato che le operazioni di sgombero, come quella del 14 luglio, non risolvono in alcun modo il fenomeno della marginalità sociale a Roma, ma hanno solo l’effetto di spostare di pochi metri le persone, che saranno costrette a cercare riparo in altri luoghi ancor più isolati e irraggiungibili.

Si tratta ancora una volta di una manifestazione di irresponsabilità a cui va tempestivamente posto rimedio.

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