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Da bruchi a farfalle: la mia esperienza di psicomotricista dopo il terremoto

La psicomotricità può essere descritta come l’attività sostanziale del corpo in movimento. Per comprendere appieno il valore della pratica psicomotoria è necessario un piccolo sforzo concettuale: quello di immaginare un corpo che non è mai slegato dalla dimensione emotiva-affettiva, cognitiva ed esperienziale della persona.

Il corpo nella pratica psicomotoria è la voce concreta del vissuto esperienziale e racconta, attraverso il movimento, una serie di ricordi, di emozioni, di stati d’animo, di percezioni, di relazioni e risposte propriocettive.

Sappiamo che le esperienze di vita, specie quelle inter-personali e quelle caratterizzate da un intensa portata emozionale, sviluppano capacità cognitive favorendo il salto evolutivo e la maturazione, regolano gli ormoni che influenzano direttamente la risposta fisiologica dell’organismo contribuendo o ostacolando l’omeostasi.

In questo articolo vorrei analizzare il contributo dell’attività psicomotorie come strumento di intervento per il bambino e la bambina in situazioni da stress post traumatico nel terremoto avvenuto in Albania nel 2019.

Le attività psicomotorie sono state strutturate in risposta all’emergenza educativa del popolo albanese gravemente colpito dal sisma.

Interi villaggi sono stati distrutti, tra questi Thumane ha riportato il numero più alto di edifici crollati, di morti e di bambini estratti vivi dalle macerie. In questa situazione di emergenza inizia la mia esperienza psicomotoria in Albania.

Gli interventi di psicomotricità sono stati pensati per bambini e bambine da 0 a 6 anni ricoverati nel Residence Rafaelo situato a Shëngjin prefettura di Lezhë. Nel residence erano ospitate mille persone che a causa del sisma avevano perso tutto, compresa la casa; di questi 110 erano bambini e bambine dai 0 ai 6 anni. Le famiglie mostravano tutti i sintomi dello stress post traumatico e tra i genitori – le mamme in particolare – non staccavano mai dalle loro braccia i bambini più piccoli.

Le famiglie vivevano in stanze di hotel di 10 mq con una media di circa 5/6 membri tra genitori e bambini e bambine di tutte le età.

I bambini e le bambine non avevano possibilità di movimento per la mancanza di spazio vitale, sia per la difficoltà dei genitori a staccarsi dai piccoli come risposta al post traumatico, a questo si aggiungeva un impedimento socio-culturale: un immagine di bambino sentito e agito come prolungamento simbiotico del corpo materno che influenza le modalità di accudimento e di allevamento dei neonati e dei bambini piccoli da parte dei careviger; ne è dimostrazione l’abitudine di contenere il corpo del bambino attraverso la fasciatura nel primo anno di vita bloccando la motricità, ogni attività, ogni processo adattivo al mondo reale con la conseguente inibizione  dell’organizzazione interna. L’interazione tra la diade persona-ambiente è fondamentale per il salto maturativo del bambino; a partire dal movimento, dallo spostamento dal cambiamento di posizione del corpo nello spazio inizia l’esplorazione dell’ambiente, la sperimentazione, la scoperta quindi la strutturazione dello schema corporeo dello schema posturale, dell’immagine di sé.

I bambini e le bambine a Lezhe erano piccoli bruchi in un bozzolo di fasce e braccia materne.

I bambini e le bambine ospiti dell’hotel erano di fasce d’età differenti pertanto è stato necessario programmare azioni mirate per la fascia d’età specifica anche se l’obiettivo trasversale per tutti era la rassicurazione attraverso un dialogo tonico-emozionale, la stimolazione sensoriale, il risveglio tonico-muscolare,  i giochi di percezione e consolidamento dello schema corporeo e poi interventi mirati per accelerare un ripristino della percezione del tempo in routine di vita quotidiana.

È stato fondamentale per calibrare gli interventi e per avere una restituzione della risposta del bambino alle attività psicomotorie la somministrazione di uno strumento semplice, ma di una portata comunicativa profonda: il disegno infantile.  

Il disegno della figura umana ha rappresentato la chiave di lettura dello schema corporeo e di immagine corporea che i bambini di Shenjin percepivano di sé.

È stato molto interessante ritrovare nel disegno quanto il corpo si sia rivelato un’autentica lastra sensibile alle variazioni emotive del bambino nell’ambiente; nei disegni è apparsa tutta la portata traumatica del terremoto,  la dimensione emotiva dello stress post traumatico.

I disegni sono caratterizzati da una evidente parcellizzazione corporea: crolla la mia casa, crolla la percezione del mio corpo. I corpi disegnati sono deframmentati, parcellizzati, spezzettati così come la terra che tremava, che rompeva le case, l’abitudine, la quotidianità.

Appaiono corpi che non sono corpi, ma pezzi umani distribuiti nello spazio foglio, alcuni dei quali privi di gambe, braccia, ma solo teste con visi deformati, cerchi vuoti a simboleggiare occhi senza vita, ancora cerchi a simboleggiare bocche spalancate, ancora cerchi a simboleggiare mani attaccate ai corpi senza una trama precisa. È stato interessante notare come tutti i disegni dei corpi realizzati non avevano né gambe né piedi proprio a incarnare la rottura del rapporto con la terra che sparisce da sotto ai piedi; la cancellazione di parti del corpo o l’assenza di queste, infatti, non è mai causale, ma indica insicurezze che a maggior ragione sono evidenziate da una rappresentazione dell’omino nella parte centrale del foglio che indica – appunto- la realtà di oggi, ciò che si vive nel qui e ora. I colori non sono per niente vivaci o gioiosi, i disegni nel complesso sono nudi, spogli e privi di particolari.

 

A partire da queste evidenze è stato necessario intervenire per ristrutturare sia la percezione corporea che l’ambiente circostante. Le attività sono state tutte impostate su giochi psicomotori così come la pratica ci insegna, in modo da permettere al bambino di farsi padrone, attraverso la situazione ludica, degli avvenimenti dell’ambiente, di esorcizzare le paure. Tutti i giochi proposti per fascia d’età miravano alla stimolazione sensoriale, alla presa di coscienza del proprio corpo, all’aggiustamento posturale, all’equilibrio e alla lateralità in modo da favorire l’integrazione e l’adattamento con il sé e con l’ambiente. Un importante obiettivo educativo che si è voluto strutturare è stato la strutturazione di routine. La letteratura ci insegna come la scansione giornaliera delle attività volte a creare routine aiuti i bambini a riacquisire sicurezza [1]. A partire da questo presupposto teorico le attività sono diventati costanti in modo che il bambino avesse l’idea della prevedibilità dell’avvenimento e potesse regolare se stesso in funzione della giornata. La regolazione sull’investimento di impegno, l’organizzare la giornata con regolarità secondo una sequenzialità e una previsione delle cose ha fatto diminuire il senso di smarrimento, la caoticità, l’evento imprevedibile.

Non sono mancati, per finire, giochi per sperimentare in sicurezza il dondolio e la caduta in una situazione protetta e dominata dal bambino con il materiale a disposizione: sedie, materassini, poltrone. Qui l’obiettivo- ancora una volta – è stato quello di riconsegnare nelle mani dei bambini la possibilità di controllare sé e l’ambiente riducendo lo stress dell’evento improvviso. Il corpo che rispondeva a movimenti intenzionali quali saltare e atterrare senza farsi male, rotolare, strisciare, spostarsi in quadrupedia, lanciare e afferrare, arrampicarsi, correre e poi fermarsi, camminare lentamente e poi di nuovo veloce.

A distanza di 17 mesi è stato possibile per me incontrare alcuni bambini di Shenjin ormai alunni delle scuole ricostruite nel brevissimo periodo, in un nuovo contesto, in una nuova e definita dimensione temporale e spaziale, un arco di tempo ben definito, in una quotidianità ricca di attività organizzate, bambini lontani dalla condizione di terremotati e sfollati. Alcuni di questi bambini hanno avuto modo di continuare ad essere beneficiari dei progetti di Sanità di Frontiera, di praticare la psicomotricità e di essere al centro di un progetto socio-sanitario che mirava la loro benessere. È stato sorprendete ritrovare nei loro disegni una nuova dimensione dell’infanzia ormai armoniosa, ricca di particolari come dimostrazione di una continua interazione positiva tra i propri vissuti interiori e un ambiente esterno finalmente responsivo alle loro esigenze, di una realtà interna che si evolve in diretto rapporto con i livelli di maturazione dei centri nervosi superiori, disegni completi con parti del corpo chiaramente distinte; corpi dotati di braccia e mani che afferrano, di piedi che sono per terra. Disegni colorati e vivaci, disegni di corpi in movimento ed espressioni gioiose. Ho ritrovato bambini in grado di compiere gesti motori organizzati, bambini integrati, bambini dotati di una condotta motoria funzionale.  

Tuttavia la resilienza tipica della loro età e la risposta ambientale programmata ad hoc da parte di Sanità di Frontiera ha ricostruito nel medio periodo dimensioni evolutive danneggiate: si è potuto osservare un miglioramento nelle dimensioni affettive ed emotive, la riduzione dell’inibizione motoria con aumento del desiderio di sperimentare e di mettersi in gioco, l’acquisizione di maggiori abilità funzionali dominio-specifiche in un tempo più lungo.

La psicomotricità come esperienza di cura educativa è stato il fattore di protezione ambientale molto potente per i bambini in situazione da stress post traumatico, li ha aiutati a sostenere il processo di crescita interrotto a causa del terremoto. Il bambino ha sperimentato tutta la soddisfazione del corpo in movimento e il piacere del mettersi in gioco integrando la mente e il corpo, lo sviluppo cognitivo, quello emotivo e quello sociale. Ha riconsegnato all’infanzia la dimensione dell’infanzia.

Francesca Donnicola
Responsabile Unità intervento Psicomotricità

[1] Cfr. F. Emiliani, La realtà delle piccole cose, Il mulino, Milano, 2008.

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